Nel Padiglione 2 la Sicilia si vede da lontano. Non solo per la quantità di bottiglie, di facce, di appuntamenti fissati in corsa tra uno stand e l’altro. Si vede perché quest’anno prova a raccontarsi come un sistema, non come una collezione di eccellenze sparse. Al Vinitaly in corso, dal 12 al 15 aprile, l’isola arriva con 164 cantine nella collettiva regionale, dentro una fiera che riunisce quasi 4mila aziende, oltre 100 eventi ufficiali e più di 1.000 top buyer selezionati, con operatori attesi da oltre 130 Paesi. Anche la geografia della manifestazione dice qualcosa: il Padiglione 2 riunisce tutta l’offerta siciliana, quasi a voler dare una forma visibile a un’ambizione antica, quella di fare finalmente filiera.
Il biglietto da visita è potente. La Sicilia conta 96.903 ettari vitati ed è la seconda regione italiana per superficie; soprattutto è il più grande vigneto biologico d’Italia, con 33.823 ettari bio, pari al 26% del totale nazionale. È attorno a questo primato che Verona ascolta il racconto di un’isola che vuole presentarsi come laboratorio della transizione green del vino italiano, forte di suoli diversi, clima favorevole e una biodiversità che va dai terreni vulcanici a quelli calcarei e sabbiosi. Il bio, qui, non è solo una bandiera da sventolare: è il tentativo di difendere posizionamento e margini in un mercato che si è fatto più duro.
Ma il punto vero, girando tra gli stand, è un altro: la Sicilia del vino non vuole più essere letta soltanto in chiave agricola. Vuole essere letta in chiave industriale e territoriale. Dietro il marchio dell’isola c’è una base produttiva che la DOC Sicilia prova a tenere insieme: 20.595 ettari rivendicati nel 2024, 614.825 ettolitri imbottigliati, 81.976.712 bottiglie prodotte, 500 imbottigliatori e 7.264 viticoltori. Numeri che raccontano una denominazione larga, diffusa, capace di unire cooperative, aziende verticalizzate e territori molto diversi sotto uno stesso nome. È questa la materia prima del racconto siciliano a Verona: non solo vino, ma struttura.
Su questa idea di sistema si innesta la frase più politica e più strategica di Alessio Planeta, appena eletto presidente del Consorzio di tutela vini DOC Sicilia. Nella sua lettera aperta scrive che il nome Sicilia è “fortemente evocativo” e che bisogna essere capaci di “riportare nel bicchiere” quella forza simbolica. In un altro passaggio, ancora più netto, mette a fuoco la rotta: occorre “riportare nel bicchiere la reputazione che la Sicilia ha nel turismo, nella cultura e nel cibo”. È una frase che va oltre il lessico di circostanza. Dice che il vino, da solo, non basta più; che il valore della bottiglia dipende sempre di più dalla forza del contesto che riesce a evocare.
E però non è tutto oro quello che luccica sotto le luci della fiera. Lo stesso Planeta, nella stessa lettera, parla di “grandi sfide” in “un mercato sempre più complesso”, segnato da cambiamenti nei modelli di consumo, attenzione talvolta distorta ai temi della salute, tensioni sui costi, incertezze geopolitiche e una competizione sempre più globale. Non è prudenza rituale. I numeri italiani spiegano perché. Secondo l’Osservatorio UIV su dati Istat, l’export del vino italiano ha chiuso il 2025 a 7,78 miliardi di euro, in calo del 3,7% sul 2024, con volumi a -1,9%; gli Stati Uniti, primo mercato, hanno perso il 9,2%, scendendo a 1,76 miliardi. La fiera, insomma, è piena di energia, ma il mercato che la aspetta fuori è molto meno euforico.
È qui che entra in gioco l’altra parola chiave di questa presenza siciliana: enoturismo. Assovini Sicilia, che riunisce cento aziende, non lo tratta più come un accessorio di promozione, ma come una leva economica vera. Mariangela Cambria lo dice in modo esplicito: “La nostra associazione negli ultimi anni ha investito nell’enoturismo sia come strategia di comunicazione che promozione delle cantine dei nostri associati”. E subito aggiunge la frase che fotografa il cambio di stagione: “Oggi le cantine sono hub e contenitori culturali capaci di sintetizzare, grazie all’enoturismo, i diversi elementi del paesaggio vinicolo”. In altre parole, la risposta alla frenata dei mercati non è solo cercare nuovi compratori, ma cercare nuovi modi di produrre valore attorno al vino.
Non è un caso che Vinitaly 2026 abbia rafforzato proprio questo asse, consolidando Vinitaly Tourism lungo tutti i quattro giorni di fiera e puntando su buyer e tour operator specializzati. E non è un caso che anche l’IRVO abbia costruito attorno alla presenza siciliana un discorso che tiene insieme innovazione, ospitalità e controllo della filiera, presentando la regione come “perla d’ospitalità enoturistica” e insistendo sul ruolo di nuove piattaforme e sistemi di analisi per alzare il valore strategico delle produzioni. Il messaggio è chiaro: il vino siciliano prova a non farsi schiacciare nella sola logica della Gdo o del prezzo, e cerca invece di farsi esperienza, racconto, destinazione.
Ma anche qui la prova della verità sarà fuori dai padiglioni. Perché trasformare la reputazione della Sicilia in valore stabile significa fare cose molto concrete: tenere insieme filiera e promozione, difendere qualità e prezzi, migliorare servizi, organizzare l’accoglienza, rafforzare i collegamenti tra vino, ristorazione, paesaggio e ospitalità. Il rischio, altrimenti, è che il brand Sicilia resti una grande promessa e non diventi una rendita produttiva. A Verona, intanto, l’isola prova a giocare la sua partita più ambiziosa: non vendere solo bottiglie, ma vendere un’idea di sé. La novità è che stavolta lo fa con più consapevolezza. La difficoltà è che il mercato, oggi, perdona meno di prima.
Scopri di più da forchetta 24
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



