Nebrodi, il caso Slow Food divide il territorio: perché una nuova condotta?

slow Food Nebrodi

Non è una semplice questione interna a un’associazione come Slow Food. Non è neppure una delle tante polemiche destinate a consumarsi in pochi giorni tra comunicati, distinguo e prese di posizione. Quello che sta accadendo attorno a Slow Food nei Nebrodi ha un peso diverso, perché tocca un territorio che da anni ha costruito una parte della propria identità pubblica proprio sul valore del cibo, delle produzioni locali, della biodiversità e del lavoro paziente di chi ha legato il nome dei Nebrodi a un’idea precisa di qualità.

La domanda, allora, è tanto semplice quanto inevitabile: perché pensare a una nuova condotta Slow Food in un territorio dove una condotta c’è già?

Il punto di partenza, almeno sulla carta, è chiaro. La Condotta Slow Food Nebrodi esiste dal 2017. Non è una formula generica, non è un’esperienza rimasta sospesa nel passato, non è una sigla da archivio. È una realtà che compare ancora nel quadro ufficiale dell’associazione e che appartiene a una geografia precisa: quella di un comprensorio che negli anni è diventato uno dei simboli più forti della biodiversità alimentare siciliana.

Ed è proprio qui che la vicenda smette di essere un affare per addetti ai lavori e diventa un caso territoriale. Perché nei Nebrodi Slow Food non è soltanto un nome. È un pezzo di racconto pubblico. È un riferimento per produzioni che hanno bisogno di tutela, visibilità e credibilità. È una rete che ha contribuito a far uscire dall’ombra eccellenze che oggi rappresentano un patrimonio economico oltre che culturale.

Basta mettere in fila alcuni nomi per capirlo: Suino Nero dei Nebrodi, Provola dei Nebrodi, Ape Nera Sicula, Patata di montagna dei Nebrodi, Fagiolo Carrazzo, Pasta Reale di Tortorici. Non sono semplici prodotti. Sono bandiere identitarie. Sono facce diverse dello stesso territorio. Sono anche, in molti casi, un argine contro l’omologazione e contro la perdita di valore delle aree interne.

Per questo l’eventualità di una nuova condotta nello stesso territorio non può essere letta come un fatto neutro. Perché il rischio più immediato è quello della sovrapposizione. Due riferimenti nello stesso spazio. Due interlocutori dove finora ce n’era uno. Due linee in un’area che, al contrario, avrebbe bisogno di compattezza, chiarezza e riconoscibilità.

La questione, in fondo, è tutta qui. Non si tratta di chi abbia voglia di impegnarsi o di portare nuove energie. Nessuno può contestare il valore della partecipazione. Ma un territorio fragile e prezioso come quello dei Nebrodi non si rafforza moltiplicando le ambiguità. Si rafforza rendendo più solida la rete esistente, chiarendo ruoli e funzioni, evitando che il pluralismo si trasformi in confusione.

Anche perché qui non siamo in un contesto qualsiasi. I Nebrodi sono un’area vasta, complessa, già segnata da difficoltà strutturali, problemi di collegamento, spopolamento e fatiche economiche che rendono ogni forma di cooperazione ancora più necessaria. In una realtà del genere, tutto ciò che unisce è un capitale. Tutto ciò che divide è un costo.

E allora il punto politico, prima ancora che associativo, diventa inevitabile. Quale necessità concreta giustifica una nuova condotta nello stesso territorio? Quale vuoto dovrebbe colmare? Quale funzione diversa dovrebbe svolgere? E soprattutto: perché aprire un fronte nuovo proprio in una delle aree dove il lavoro sulla qualità e sull’identità locale avrebbe bisogno di essere rafforzato, non spezzettato?

Sono domande che attendono risposte chiare. Perché il rischio, altrimenti, è che a parlare siano soltanto le impressioni, i sospetti, le letture contrapposte. E quando manca chiarezza, nei territori piccoli e orgogliosi come quelli dei Nebrodi la prima conseguenza è quasi sempre la stessa: le fratture si allargano.

Il danno più grande, però, sarebbe un altro. Sarebbe trasformare una terra che ha trovato nella biodiversità, nei Presìdi e nella qualità alimentare una delle sue carte migliori in un campo di tensioni inutili. Sarebbe indebolire, anche solo sul piano della percezione, un patrimonio costruito negli anni. Sarebbe dare l’idea di una comunità più impegnata a misurare i rapporti di forza che a difendere davvero ciò che rende unici i Nebrodi.

E invece oggi servirebbe l’opposto. Servirebbe una parola chiara. Servirebbe spiegare cosa si vuole fare, con quali regole e con quale visione. Perché i Nebrodi non hanno bisogno di una disputa di bandiera. Hanno bisogno di unità, di credibilità e di una rete capace di tenere insieme produttori, comunità, istituzioni e futuro.


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