Il Turismo DOP cresce in tutta Italia, ma per la Sicilia il secondo Rapporto sul settore vale soprattutto come segnale strategico: l’isola dispone di un patrimonio enorme di produzioni certificate e di una riconoscibilità internazionale già forte, ma non è ancora nel gruppo di testa delle regioni che hanno saputo trasformare questo capitale in un vero motore turistico. A livello nazionale, nel 2025 sono state censite 667 attività legate al Turismo DOP, con 292 eventi tra feste, degustazioni, festival culturali e sportivi. Un dato che conferma come il comparto stia entrando in una fase di consolidamento.

Per la Sicilia il nodo è semplice: la materia prima c’è tutta. L’isola può contare su un patrimonio ampio di Dop e Igp, sia nel comparto agroalimentare sia in quello vitivinicolo, e su un valore economico che rende evidente quanto il Turismo DOP possa diventare non una nicchia, ma una leva di sviluppo territoriale. Il problema è che questo potenziale non sempre si traduce in una proposta organizzata, riconoscibile e continua.
Il cambio di passo registrato a livello nazionale è favorito anche dal nuovo quadro europeo, che attribuisce ai Consorzi di tutela un ruolo più ampio, comprendendo anche lo sviluppo di attività turistiche nei territori di riferimento. È un passaggio importante perché sposta il tema dalla semplice promozione del prodotto alla costruzione di un’offerta più strutturata, fatta di reti locali, percorsi, eventi, accoglienza e racconto coerente dei territori.
Ed è proprio qui che la Sicilia può giocare la partita più interessante. Il sistema del vino, per esempio, ha già mostrato segnali concreti con iniziative costruite attorno a degustazioni, territori e vitigni identitari. Anche alcune aree fortemente riconoscibili, come l’Etna, dispongono già di strumenti, itinerari e presìdi che vanno nella direzione del turismo esperienziale. Ma sono ancora tasselli spesso troppo dispersi per trasformarsi in una vera massa critica regionale.
Il messaggio che arriva dal Rapporto è chiaro: crescono di più i territori dove esistono filiere forti, attrattività turistica consolidata e soprattutto soggetti capaci di fare regia. È qui che la Sicilia deve colmare il divario. Perché l’isola ha già tutto sul piano dei contenuti — paesaggi, biodiversità, produzioni identitarie, cultura materiale, cucina, comunità locali — ma spesso fatica a tenere insieme prodotto, ospitalità, mobilità, calendario degli eventi e promozione unitaria. Il rischio, in altre parole, è quello di avere eccellenze straordinarie raccontate ancora per frammenti.
C’è poi un ulteriore fattore che può rafforzare questa traiettoria: il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco. Per una regione come la Sicilia, dove il valore delle denominazioni si intreccia con la cucina, le feste di paese, i mercati storici e il racconto dei paesaggi, questo può diventare un moltiplicatore potente. A condizione, però, che non resti uno slogan.
In questa chiave, il Turismo DOP può diventare per la Sicilia una forma più evoluta di politica industriale dei territori: non solo promozione del prodotto, ma costruzione di economie locali più stabili, allungamento della permanenza dei visitatori, destagionalizzazione e redistribuzione dei flussi verso aree interne e rurali. Il dato nazionale dice che il modello sta crescendo. Quello siciliano dice che il potenziale è enorme. Adesso serve il passaggio decisivo: meno iniziative isolate, più sistema.
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