Food Economy

Distretti del Cibo, allarme della Consulta: «45 progetti pronti, zero fondi»

C'è un'Italia che produce, che trasforma, che vende e che racconta il proprio territorio attraverso il cibo. Un'Italia fatta di colline coltivate, di borghi che resistono allo spopolamento, di cooperative che tengono viva un'economia…

Distretti del cibo consulta

C’è un’Italia che produce, che trasforma, che vende e che racconta il proprio territorio attraverso il cibo. Un’Italia fatta di colline coltivate, di borghi che resistono allo spopolamento, di cooperative che tengono viva un’economia di prossimità. È l’Italia dei Distretti del Cibo, e ieri ha avuto la sua giornata più importante dell’anno.

Nella Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, si è riunita la IV Assemblea della Consulta Nazionale dei Distretti del Cibo. Non una semplice formalità istituzionale: una vera e propria convergenza di voci — politiche, scientifiche, associative — attorno a un’idea che guadagna terreno. I distretti del cibo non sono più una sperimentazione di nicchia. Sono diventati, nei fatti, uno strumento di governance territoriale riconosciuto a tutti i livelli.

Un tavolo affollato, un messaggio chiaro

La platea era di quelle che contano. Accanto ai rappresentanti della Consulta, hanno preso posto esponenti del Ministero, della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dell’ANCI, dell’UNCEM, delle principali organizzazioni agricole — Coldiretti, Confagricoltura, CIA, Confcooperative Fedagripesca, COPAGRI — e degli enti di ricerca ISMEA e CREA. Una fotografia rara di sistema, in un Paese che fatica spesso a fare sintesi.

Il sottosegretario Patrizio La Pietra, intervenuto a nome del Ministero, ha messo subito il dito nella piaga: servono regole omogenee tra tutte le regioni per il riconoscimento dei distretti. Parole semplici, ma che racchiudono una delle storture principali di un sistema che, fino ad oggi, si è sviluppato in modo disomogeneo da nord a sud. In un video messaggio, il collega sottosegretario Luigi D’Eramo ha ribadito l’importanza dei distretti per lo sviluppo territoriale sostenibile e per la valorizzazione delle produzioni di qualità e biologiche.

Il nodo delle risorse: 45 progetti fermi in attesa di fondi

Il tema più urgente — e più spinoso — è quello finanziario. La graduatoria del secondo bando sui distretti del cibo è ferma. Quarantacinque progetti, già pronti, di “immediata cantierabilità” secondo le parole del presidente della Consulta Angelo Barone, aspettano risorse che non arrivano.

A farsi portavoce della questione è stato l’assessore della Regione Calabria Gianluca Gallo, che in assemblea ha sollecitato il Governo a sbloccare ulteriori fondi, indicando come possibile fonte la programmazione PNRR. Ma Gallo non si è limitato a chiedere: ha anche offerto. “Mi impegno come assessore della Calabria a inserire in programmazione la possibilità di finanziare i Distretti del Cibo”, ha dichiarato, con un gesto che suona quasi come una sfida alle altre regioni affinché seguano l’esempio.

La proposta della Consulta va nella stessa direzione: utilizzare i fondi della coesione territoriale — già destinati allo sviluppo locale — per finanziare i 45 progetti in lista d’attesa. Una soluzione che non richiederebbe nuove risorse, ma una diversa allocazione di quelle esistenti.

Le regioni ci credono, i comuni anche

Dario Bond, presidente della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni, ha inviato una nota che merita di essere letta con attenzione. Il messaggio è quello di non disperdere il capitale — progettuale e umano — già accumulato. “La cooperazione tra soggetti diversi è la chiave per affrontare le sfide attuali”, scrive Bond, elencando le grandi questioni del nostro tempo: sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare, innovazione, coesione sociale. I distretti, nella sua visione, non sono uno strumento settoriale ma una risposta trasversale.

Dal mondo dei comuni è arrivata la voce di Michele Conti, sindaco di Pisa e delegato agricoltura dell’ANCI, l’associazione che riunisce circa ottomila comuni italiani. Il suo intervento ha toccato uno dei temi più sensibili del dibattito pubblico: lo spopolamento delle aree interne. Valorizzare le produzioni locali, sostenere l’enogastronomia del territorio, significa anche — ha spiegato — dare un motivo alle persone per restare. O per tornare.

La Consulta si allarga: dentro anche i distretti bio

Tra le novità più significative dell’assemblea, l’annuncio dell’allargamento della Consulta ai distretti biologici riconosciuti dalle regioni. Una scelta che riflette la crescente rilevanza del biologico nell’agenda agroalimentare europea e nazionale, e che permetterà di avere finalmente un tavolo comune per tutte le politiche distrettuali. Il vicepresidente Ignazio Garau ha annunciato in parallelo l’apertura di un tavolo tecnico dedicato proprio ai distretti bio.

Sul fronte della composizione del Consiglio, sono state cooptate due nuove figure: Veronica Barbato, presidente del Distretto Agroalimentare di Qualità Vini Irpinia, e Gioia Bacoccoli, direttore del Distretto del Vino Umbro di Qualità. Un segnale di attenzione verso il comparto vitivinicolo, eccellenza italiana riconosciuta nel mondo.

Un appuntamento a Napoli, con la Dieta Mediterranea

L’assemblea si è chiusa con uno sguardo al futuro prossimo. Il presidente della Fondazione DMED, Emilio Ferrara, ha annunciato la nuova edizione del Salone della Dieta Mediterranea, in programma a Napoli dall’11 al 13 giugno. Sarà lì, nel cuore del Mediterraneo, che la Consulta chiuderà ufficialmente i lavori assembleari, con un messaggio politico preciso: i distretti del cibo come strumento di promozione dei valori della dieta mediterranea e della cucina italiana, entrambe patrimonio UNESCO.

Un cerchio che si chiude simbolicamente bene. Perché parlare di distretti del cibo, in fondo, significa parlare di identità, di radici, di un modo di stare nel mondo — e nel mercato — che l’Italia, quando ci crede davvero, sa difendere meglio di chiunque altro.

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