C’è un filo sottile che lega la macchia mediterranea delle colline di Salemi a un laboratorio torinese dove persone con disabilità intellettive danno forma alla creatività. Quel filo si chiama Perluci, il nuovo vino di Caruso & Minini, e racconta meglio di qualsiasi dato di mercato cosa significa, oggi, fare vino in Sicilia con ambizione e consapevolezza.
L’azienda marsalese arriva al Vinitaly 2026 — in programma a Verona dal 12 al 15 aprile — con una doppia novità: una bottiglia che ridisegna i confini dell’enologia trapanese e un comparto enoturistico in forte crescita, che nell’ultimo anno ha registrato un incremento del 43% dei visitatori e un aumento del fatturato del 16%.
Un blend che rompe gli schemi
Perluci nasce dall’incontro tra due anime: la luminosità del Lucido e la struttura del Perricone vinificato in bianco, una combinazione che punta su freschezza, complessità aromatica e tensione. Un profilo inaspettato per un vitigno tradizionalmente rosso, che rivela qui una faccia inedita: note di macchia mediterranea, buccia di lime e una sapidità inconfondibile.
«Perluci rappresenta una sintesi del nostro percorso e della direzione che abbiamo scelto di intraprendere», spiega Giovanna Caruso, che guida l’azienda insieme alla sorella Rosanna. «Un blend che rompe gli schemi senza perdere il legame con la terra, capace di evocare luce, trasformazione, personalità».
Il vino entra a far parte delle Selezioni del Presidente, la collezione premium voluta dal fondatore Stefano Caruso per valorizzare i vitigni autoctoni dell’entroterra marsalese. L’etichetta porta la firma del Laboratorio Zanzara, onlus di Torino che promuove l’inclusione attraverso il design, traducendo la creatività di persone con disabilità in un linguaggio visivo contemporaneo e riconoscibile. Il simbolo scelto è l’Artemisia arborescens, pianta selvatica e resiliente che cresce silenziosa tra i filari: presenza discreta di un territorio che si esprime senza clamore.
L’enoturismo come ecosistema
Se Perluci guarda al mercato internazionale — con gli Stati Uniti sempre più presidio strategico e il Vietnam come nuova entry tra i quasi quaranta mercati esteri raggiunti — la crescita interna dell’azienda passa anche e soprattutto dall’enoturismo. Una scelta che non è decorativa, ma strutturale.
«Per noi l’enoturismo rappresenta l’evoluzione spontanea del fare vino», dice Rosanna Caruso. «Un ambito chiave che accorcia le distanze con il territorio, creando un ecosistema di valore».
Tra le novità più attese c’è la (P)ortolì Experience: un percorso immersivo tra vino, paesaggio e comunità, pensato per restituire al visitatore l’autenticità e la stagionalità di un territorio spesso raccontato per stereotipi.
Una missione biologica entro il 2026
Dietro la crescita c’è anche una promessa precisa: entro la fine del 2026, l’intera produzione Caruso & Minini sarà certificata biologica. Un impegno che non è greenwashing ma coerenza con una visione che mette insieme cura del territorio, attenzione al sociale e ricerca di identità autentica.
A Verona, Caruso & Minini porta tutto questo: non solo bottiglie, ma un racconto. Quello di un’azienda che ha capito come il vino italiano, per conquistare il mondo, debba prima di tutto sapere chi è.
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