Il viaggio comincia sempre meno davanti a un monumento e sempre più spesso davanti a un bicchiere, a un banco del mercato, a un forno o a un piatto che racconta il luogo in cui viene preparato. Non è soltanto una trasformazione delle abitudini turistiche. È un cambiamento economico: il cibo entra nella scelta della destinazione, modifica gli itinerari e sposta una parte della spesa dei visitatori verso produttori, ristoranti, botteghe, cantine e piccole attività locali.
Gli articoli pubblicati negli ultimi mesi da Forchetta24 raccontano da angolazioni differenti la stessa transizione. L’enoturismo cresce, le nuove generazioni cercano l’autenticità dello street food, le cantine provano a trasformarsi in luoghi di esperienza e territori meno conosciuti tentano di costruire attorno alle produzioni agroalimentari una nuova capacità di attrazione.
Il cibo non accompagna più la vacanza: può determinarla
Il dato più evidente riguarda il peso assunto dall’esperienza gastronomica nella scelta di un viaggio. Tra Millennial e Generazione Z, l’89% considera l’assaggio delle specialità locali una componente essenziale dell’itinerario; il 69% cerca lo street food, il 53% visita panifici storici e il 50% entra nei negozi alimentari di prossimità alla ricerca di prodotti del territorio.
È il fenomeno dello “snackpacking”: conoscere una città attraverso ciò che mangiano ogni giorno i suoi abitanti. A Catania significa passare dalla Pescheria, assaggiare la tavola calda, fermarsi davanti a un chiosco. Altrove sono mercati, forni, osterie e botteghe.
Il turismo enogastronomico esce così dai ristoranti di alta gamma e raggiunge la vita quotidiana delle città. Ed è un passaggio particolarmente importante per la Sicilia, dove esiste una rete diffusa di mercati storici, rosticcerie, pasticcerie, panifici e piccoli produttori che può diventare parte dell’offerta turistica senza essere trasformata artificialmente in attrazione.
L’enoturismo diventa economia
Il vino rappresenta l’altro grande fronte della trasformazione.
Le analisi raccontate da Forchetta24 indicano una platea di circa 18 milioni di italiani interessati a esperienze legate al vino e ai territori. Ancora più significativo è il confronto sulla capacità di generare valore: una presenza legata al turismo enogastronomico viene stimata in 151,7 euro di valore aggiunto, contro 128,2 euro del turismo balneare, circa il 18% in più.
Per la Sicilia è un’indicazione strategica. Non significa immaginare una competizione tra spiagge e cantine. Significa utilizzare vino e gastronomia per aumentare ciò che un visitatore lascia sul territorio, convincerlo a fermarsi più a lungo e spingerlo a muoversi dalla costa verso l’interno.
L’Etna è già tra le destinazioni enoturistiche più desiderate dagli italiani. Ma il problema emerge appena si passa dal desiderio all’organizzazione: servono cantine realmente accessibili, servizi, ristorazione, esperienze facilmente prenotabili e una presenza digitale molto più efficace. Le circa 1.800 aziende vitivinicole considerate dalla ricerca citata da Forchetta24 registrano un sentiment medio di 94,7 su 100, ma producono appena lo 0,4% delle tracce digitali complessive. Chi arriva, insomma, apprezza l’esperienza; il problema è riuscire a farsi trovare prima.
La cantina deve diventare esperienza senza diventare un ristorante
È uno dei nodi emersi con maggiore forza anche nel dibattito interno al vino siciliano.
Assovini Sicilia considera ormai l’enoturismo non semplicemente una leva di comunicazione, ma un vero asset delle aziende. L’obiettivo è utilizzare la cantina per raccontare insieme vino, paesaggio, produttori, gastronomia e storia del territorio. Ma esiste anche un confine: l’ospitalità deve rafforzare il vino, non trasformare la cantina in qualcosa di diverso dalla propria funzione.
È un equilibrio tutt’altro che secondario. Fare enoturismo significa investire in personale formato, sistemi di prenotazione, accoglienza e organizzazione. Non basta aprire una sala degustazione e pubblicare qualche fotografia sui social.
Il punto è costruire intorno al prodotto un’esperienza che ne aumenti il valore percepito.
È la stessa logica che la Sicilia ha portato al Vinitaly 2026. In una fase nella quale il mercato internazionale del vino appare più difficile, il sistema regionale prova a non competere esclusivamente sulla bottiglia e sul prezzo, ma a collegare il vino alla reputazione turistica, culturale e gastronomica dell’Isola. La cantina diventa così uno dei luoghi attraverso i quali il territorio può essere conosciuto.
Dal mare all’interno: il caso dei Nebrodi
Il vero banco di prova, però, è capire se l’enogastronomia riesca a mettere in comunicazione territori che normalmente intercettano flussi turistici differenti.
A Capo d’Orlando il porto turistico sta provando a farlo utilizzando eventi culturali ed enogastronomici per collegare il turismo nautico alle produzioni dell’entroterra. Durante Terra di Vini, sei aziende dei Nebrodi hanno portato le proprie bottiglie davanti ai pontili del Marina: simbolicamente, le colline sono arrivate sul mare.
È una piccola esperienza, ma racconta una possibilità più grande.
Il turista che arriva sulla costa può essere accompagnato verso Ficarra, Librizzi, Piraino, Castell’Umberto, Sant’Angelo di Brolo e gli altri centri dell’interno. E, al contrario, la produzione delle aree interne può utilizzare le infrastrutture e i flussi turistici costieri come porta d’accesso al mercato.
Il turismo enogastronomico acquista valore proprio quando riesce a costruire queste connessioni e non si riduce alla singola degustazione o all’evento isolato.
Anche le città cambiano
Lo stesso processo è visibile nei centri urbani.
A Palermo l’apertura della nuova Antica Focacceria San Francesco lungo via Maqueda mostra come un marchio storico possa misurarsi direttamente con i grandi flussi turistici del centro, affiancando alla sede simbolica un format pensato anche per consumi più rapidi e trasversali.
Non è un fenomeno marginale. Il patrimonio gastronomico diventa infrastruttura turistica della città: ristoranti storici, mercati, street food, pasticcerie e nuovi format contribuiscono alla percezione stessa della destinazione.
E anche i progetti imprenditoriali iniziano a essere costruiti intorno a questa relazione. Il percorso di Natale Giunta, che lega ristorazione, hôtellerie e location ad alta attrattività turistica, guarda proprio a questo modello: nel 2027 Taormina dovrebbe diventare una nuova tappa di un sistema nel quale gastronomia, ospitalità, turismo internazionale ed eventi convivono nello stesso progetto economico.
Il vero problema siciliano: trasformare le eccellenze in sistema
La Sicilia parte da una condizione apparentemente privilegiata. Vino, olio, pasticceria, cucina di strada, mercati storici, paesaggi agricoli, borghi e una fortissima reputazione internazionale costituiscono un patrimonio difficilmente replicabile.
Ma possedere il patrimonio non significa automaticamente riuscire a trasformarlo in economia turistica.
Gli articoli raccolti in questo dossier mostrano sempre lo stesso punto debole: la distanza tra attrattività e organizzazione.
Le produzioni esistono. I territori esistono. I visitatori sono interessati. Quello che manca spesso è il sistema che consenta di collegare tutto: prenotazioni semplici, trasporti, percorsi riconoscibili, informazioni aggiornate, professionalità dell’accoglienza, capacità digitale e relazioni stabili tra imprese, ristorazione, ospitalità e territori.
È qui che si gioca la partita.
Il turismo enogastronomico non deve diventare l’ennesima etichetta da apporre a un evento. Può invece essere uno strumento per aumentare la permanenza dei visitatori, distribuire la spesa, sostenere le imprese locali e portare flussi verso aree che restano fuori dai percorsi del turismo di massa.
Il mare continuerà a essere una delle grandi ragioni per scegliere la Sicilia. La sfida è fare in modo che, una volta arrivato per il mare, il visitatore abbia una ragione per restare per il vino, attraversare un mercato, entrare in una bottega, raggiungere una cantina e spingersi verso l’interno.
È in quel passaggio che il cibo smette di essere soltanto racconto e diventa economia.

