C’è un momento in cui un settore capisce che non può più limitarsi a vendere bene il proprio prodotto. Deve vendere anche il contesto, il paesaggio, l’esperienza, il tempo che quel prodotto si porta dietro. Per il vino siciliano quel momento è arrivato. A Palermo, nella giornata in cui sono stati presentati il rapporto Nomisma Wine Monitor per UniCredit e l’edizione 2026 di Sicilia en Primeur, non è uscito solo il bilancio di un comparto che continua a reggere. È uscita soprattutto un’indicazione di marcia: la prossima partita non si giocherà soltanto nelle fiere o nei mercati esteri, ma nelle cantine e nei territori.
Il vino siciliano regge, ma il mondo intorno cambia
Il punto di partenza è un mercato internazionale molto meno accomodante di qualche anno fa. Nel 2025 l’export italiano del vino ha chiuso in calo del 3,6% a valore, con una frenata che ha colpito soprattutto il Nord America e l’Europa extra-Ue. Non è un problema solo italiano: la flessione ha riguardato anche Francia, Spagna, Cile, Australia e Stati Uniti. In questo scenario più nervoso, dove i consumi rallentano e le importazioni si fanno più selettive, per i produttori non basta più stare sul mercato. Bisogna trovare un modo più preciso per difendere margini e posizionamento.
La Sicilia, però, dentro questa stretta non arretra. L’export di vino partito dall’isola ha raggiunto nel 2025 quota 153,3 milioni di euro. È un dato che vale più del semplice confronto con l’anno precedente, perché racconta una crescita di oltre il 50% nel giro di un decennio. Gli Stati Uniti restano il primo mercato di sbocco con il 22% del totale, seguiti da Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Canada. È una geografia che conferma la vocazione internazionale del vino siciliano, ma anche la sua esposizione a mercati oggi più instabili di ieri.
I bianchi hanno già indicato la strada
Se si guarda dentro i numeri, la direzione è ancora più chiara. A tenere il passo sono soprattutto i bianchi Dop siciliani. Nel 2025 crescono del 2,4% a valore e, proprio negli Stati Uniti, avanzano dell’8,4%, in netta controtendenza rispetto a un contesto che per molti vini italiani è stato più difficile. I rossi Dop, invece, segnano un arretramento dell’11%, trascinati verso il basso proprio dal mercato americano.
Non è una lettura solo commerciale. È quasi un’indicazione strategica. Anche sul mercato interno il peso del rosso si assottiglia, mentre i consumi si spostano verso tipologie più leggere e verso vini in cui l’origine territoriale conta sempre di più. La Sicilia, da questo punto di vista, parte avvantaggiata: i bianchi valgono oltre il 64% della produzione regionale e la quota di vini Dop e Igp sfiora l’80%, sopra la media nazionale. In altre parole, l’isola ha già in casa una parte importante degli strumenti con cui affrontare la nuova fase: identità, riconoscibilità, territorialità.
Il territorio smette di fare da sfondo
La vera novità, però, è che il territorio non resta più sullo sfondo. Entra nella costruzione del valore. Non come ornamento, ma come parte del modello economico. Il dato più eloquente arriva dall’enoturismo, che per le imprese vinicole italiane vale già 3,1 miliardi di euro. La spesa media dice molto: 123 euro per l’acquisto di vino in cantina, 41 euro per la degustazione, 54 euro per la vendemmia turistica, 145 euro per il pernottamento. La cantina non è più soltanto il punto finale della filiera. Diventa luogo di vendita diretta, permanenza, relazione, ritorno.
Per la Sicilia questo passaggio è ancora più rilevante perché qui l’enoturismo ha un profilo già spiccatamente internazionale. Secondo l’indagine Nomisma, il visitatore tipo delle cantine siciliane è soprattutto straniero, arriva in particolare da Stati Uniti, Germania e Regno Unito, ha tra i 41 e i 55 anni e spesso non è un esperto di vino. È un pubblico che non cerca soltanto tecnicismi. Cerca un racconto credibile, un paesaggio riconoscibile, un’esperienza che tenga insieme vino, ospitalità e identità del luogo.
L’Etna mostra già cosa può accadere
C’è poi un numero che vale quasi come un’anticipazione di quello che potrebbe succedere altrove. Nei comuni dell’Etna Doc, tra il 2019 e il 2024, gli arrivi turistici sono cresciuti del 17,4%, contro una media del 12,4% dell’intera Sicilia. È uno scarto che racconta bene cosa succede quando una denominazione, un territorio e una narrazione forte cominciano a lavorare nella stessa direzione. Lì il vino non è più solo prodotto agricolo o bene da esportare. Diventa chiave d’accesso a una destinazione.
Il punto, naturalmente, non è pensare che tutta la Sicilia possa replicare l’Etna. Il punto è capire che il salto si produce quando il vino riesce a portarsi dietro il territorio senza ridurlo a cartolina. È lì che l’enoturismo smette di essere contorno e diventa motore.
La Sicilia è già nella testa degli americani
Per capire quanto questa leva possa pesare basta guardare agli Stati Uniti. Oggi sono il primo mercato di sbocco del vino siciliano. Ma sono anche un mercato turistico già predisposto. Secondo la consumer survey richiamata da Nomisma, otto enoturisti statunitensi su dieci nei prossimi due o tre anni intendono fare esperienze del vino in Italia. La Toscana resta la prima regione evocata, con il 26%, ma la Sicilia è già seconda con il 16%. Non è un dato folcloristico. È un posizionamento. Vuol dire che l’isola è già entrata nell’immaginario del wine tourism internazionale. Adesso la sfida è trasformare questo vantaggio potenziale in permanenze, acquisti, fidelizzazione.
Malandrino: credito e consulenza per accompagnare la transizione
Il tema, del resto, non è solo promozionale. Riguarda gli investimenti e l’organizzazione delle imprese. «Il settore vitivinicolo che rappresenta un pilastro strategico per l’economia siciliana, si trova ad operare oggi in un contesto globale complesso, in cui vecchie e nuove sfide si affiancano però a significative opportunità, come l’ascesa dell’enoturismo, leva strategica a supporto di competitività, attrattività e valorizzazione del territorio», ha affermato Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia di UniCredit. «UniCredit rinnova l’impegno ad accompagnare le imprese in questo percorso, attraverso il credito, un modello di servizio dedicato e consulenza specialistica».
È una dichiarazione che va letta per quello che implica: la crescita dell’enoturismo non si improvvisa. Richiede risorse, personale formato, canali di prenotazione diretti, capacità di costruire offerte credibili. Non a caso tra gli ostacoli principali segnalati dalle aziende emerge la difficoltà di trovare e trattenere collaboratori qualificati.
Cambria: il vino deve restare al centro
Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia, ha spinto sullo stesso asse ma ha fissato anche il confine da non superare. «Assovini Sicilia scommette sull’enoturismo non solo come strategia ma come asset delle nostre cantine che stanno rispondendo in maniera dinamica alle nuove sfide del mondo del vino», ha detto. E poi ha aggiunto il punto essenziale: «Il wine tourism ci consente di raccontare il vino come prodotto culturale e parte di un contesto più ampio dove convivono paesaggio, storie, produttori, gastronomia». Fino alla frase che più di tutte riassume la linea: «La cantina non è un ristorante, come diceva il mio amico Diego Planeta, quindi enoturismo sì se si preserva la vera anima del vino».
Dentro questa frase c’è molto più di una presa di posizione. C’è l’idea che il turismo del vino potrà essere una grande occasione solo se non svuoterà il vino del suo senso. Se l’esperienza servirà a rafforzare il prodotto, non a metterlo in secondo piano. Se il paesaggio, la cucina, le storie e l’ospitalità resteranno alleati del vino, non sostituti.
Sicilia en Primeur come prova generale
Anche per questo Sicilia en Primeur conta. L’edizione 2026, in programma a Palermo dall’11 al 15 maggio, arriva dentro questo passaggio come una sorta di prova generale. Dal 2004 l’evento è costruito proprio sull’idea che il vino siciliano vada raccontato insieme ai suoi luoghi, attraverso degustazioni, visite alle aziende, itinerari e incontri con i produttori. Nell’ultima edizione ha coinvolto oltre cento giornalisti e cinquantasette aziende associate. È il format con cui il settore prova da anni a far capire che una bottiglia, in Sicilia, vale di più quando riesce a parlare anche del contesto che la rende possibile.
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