Il mare è davanti, le montagne alle spalle. In mezzo c’è il porto turistico di Capo d’Orlando, dove per due sere il vino siciliano ha lasciato vigne e cantine per arrivare davanti ai pontili. È qui, sulla Terrazza Mercadante del Marina, che si conclude questa sera Terra di Vini – Sicilian Wine Expo.
I calici si riempiono mentre le barche rientrano, la musica accompagna le degustazioni e il profilo delle Eolie si confonde con la luce della sera. Ma dietro l’immagine da cartolina c’è una geografia produttiva che comincia a prendere forma.
La manifestazione riunisce quindici aziende provenienti da diverse zone della Sicilia. Scorrendo i nomi, però, emerge un nucleo preciso: Lenzo Winery di Ficarra, Tenuta Gatti di Librizzi, Vini Pintaudi di Piraino, Cantina Raffaele di Castell’Umberto, Pietrazita di Sant’Angelo di Brolo e Tenute Drago.
Sei realtà che, con storie, dimensioni e percorsi differenti, compongono una parte della base sulla quale si sta costruendo il progetto della denominazione dei Nebrodi. Non è ancora un sistema pienamente organizzato e non è ancora un nome riconosciuto da apporre sulle etichette. Ma è già una presenza visibile.
Il territorio che cerca una denominazione
Per anni il vino dei Nebrodi è rimasto ai margini del racconto enologico siciliano, stretto tra la forza internazionale dell’Etna, il richiamo delle Eolie e le grandi denominazioni della parte occidentale dell’Isola.
Adesso produttori, amministratori e Assessorato regionale all’Agricoltura stanno provando a costruire un’identità comune. L’assessore Luca Sammartino ha ribadito l’impegno della Regione nel percorso verso una denominazione territoriale, con un lavoro che passa dalla definizione dell’area e delle regole alla costruzione di una rete tra le aziende.
Terra di Vini permette di osservare questo processo mentre è ancora in movimento. Le cantine non si presentano più soltanto come singole esperienze locali, ma cominciano a essere lette come parti di uno stesso paesaggio produttivo.
Dentro questa prospettiva si colloca anche il progetto raccontato da Pino Drago: creare un collegamento tra i Nebrodi e l’Etna, due territori vicini ma profondamente differenti, uniti dalla possibilità di costruire una narrazione comune attorno al vino, al paesaggio e all’identità siciliana.
Non si tratta di cancellare le differenze o di sovrapporre territori che hanno storie proprie. L’idea è piuttosto quella di aprire un dialogo tra aree produttive, mettere in relazione esperienze diverse e dare ai Nebrodi una maggiore visibilità all’interno del sistema vitivinicolo regionale.
Il passaggio decisivo sarà trasformare la vicinanza geografica e le iniziative comuni in un vero progetto economico. Una denominazione non è soltanto un nome. Significa delimitare un territorio, stabilire regole, proteggere un’origine e costruire nel tempo una reputazione condivisa.
Una piazza affacciata sul mare
Anche il luogo in cui tutto questo avviene racconta qualcosa.
Capo d’Orlando Marina non vuole essere soltanto un approdo per le imbarcazioni. Il porto turistico sta puntando con decisione su una programmazione che affianca alla nautica eventi artistici, culturali ed enogastronomici.
Concerti, mostre, spettacoli, incontri con gli autori e manifestazioni dedicate al cibo e al vino stanno trasformando il Marina in una piazza affacciata sul mare. Uno spazio frequentato non soltanto da chi arriva in barca, ma anche da chi scende dai paesi dell’interno o raggiunge Capo d’Orlando dalla costa.
Terra di Vini si inserisce in questa strategia. Il porto diventa il punto di incontro tra il mare e i Nebrodi, tra turismo nautico e produzioni dell’entroterra. Da una parte un’infrastruttura che cerca nuove funzioni; dall’altra un territorio che cerca un nome, una rete e una porta attraverso la quale presentarsi.
È forse questa l’immagine più significativa delle due serate: le bottiglie arrivate dalle colline e dai paesi dell’interno allineate a pochi metri dalle barche. Le montagne dietro, il mare davanti.
Questa sera le degustazioni si chiuderanno e le luci sulla Terrazza Mercadante si spegneranno. Ma il vero percorso è appena iniziato: capire se quel gruppo di produttori riuscirà a diventare una filiera e se i Nebrodi, dopo avere ritrovato il proprio vino, riusciranno finalmente a dargli anche un nome comune.

