In un’epoca in cui il vino rischia di diventare un’etichetta tra mille, dove la velocità dei consumi sovrasta la profondità delle storie, c’è chi torna a interrogarlo come si fa con un’opera d’arte. È accaduto a Noto, lo scorso 16 giugno, tra i filari della tenuta Planeta Buonivini. Un luogo dove la terra parla con voce antica e la contemporaneità si insinua tra le vigne, i muretti a secco, le linee pulite dell’architettura rurale reinterpretata.
Qui, nel cuore del Val di Noto, ha preso forma una giornata che è stata molto più di un evento: un rito laico, agricolo e culturale, una riflessione collettiva sulla natura del vino oggi. Il progetto “Wine is a contemporary story”, lanciato a Vinitaly da Planeta come dichiarazione d’intenti, è diventato ora un’esperienza concreta. La cornice: il lancio di Costellazioni d’Arte, un’iniziativa che intreccia linguaggi visivi e identità territoriale, e che quest’anno si è arricchita di un’opera site-specific dell’artista Vanessa Beecroft, immersa nel silenzio vibrante della campagna siciliana.
Il vino come espressione culturale
Il cuore del programma si è articolato in due talk che hanno visto protagonisti produttori, studiosi, comunicatori del vino e visionari della terra. “Contemporary Wineries”, il primo incontro moderato da Ottavia Casagrande, ha messo a confronto esperienze esemplari: Roberta Ceretto ha raccontato come la celebre Cappella del Barolo, firmata Sol LeWitt e David Tremlett, sia diventata simbolo di rigenerazione culturale nelle Langhe. Arturo Pallanti, per Castello di Ama, ha equiparato il lavoro dell’artista a quello dell’enologo, entrambi lettori e interpreti del paesaggio. Tiziana Frescobaldi ha parlato del progetto Artisti per Frescobaldi, dove l’arte entra in cantina non come ornamento, ma come visione.
Poi Alessio Planeta, padrone di casa, ha fatto un passo ulteriore: non solo arte nel vino, ma vino come arte. Ha citato il festival Sciaranuova, il progetto “Viaggio in Sicilia”, la collaborazione con la Fondazione Merz. “Ogni nostro vino è il racconto di un luogo e di un tempo. Ogni cantina è un’opera in movimento”, ha detto. Il professor Nicola Perullo, rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha chiuso il cerchio con un’affermazione potente: “Il vino è un’opera comunicativa. Vive nell’incontro, nella relazione, nell’interpretazione”.
Le nuove sfide del vino contemporaneo
Nel pomeriggio, il talk “Contemporary wineries and more” ha aperto lo sguardo su temi urgenti: evoluzione dei consumi, sostenibilità, modelli agricoli resilienti. Arianna Occhipinti ha parlato di biodinamica come scelta politica oltre che agricola. Cecilia Carbone e Niklas Hofstätter hanno discusso della necessità di diversificare. Diva Moretti Polegato ha portato la prospettiva del prosecco nel mondo. Cristina Busi Ferruzzi, presidente di Sibeg-Coca Cola, ha spiazzato con la sua visione di una sinergia tra grandi aziende del beverage e tutela del territorio.
Il vino, è emerso con forza, non è (più) solo un prodotto. È paesaggio, formazione, comunità, biodiversità. È leva di sviluppo e presidio culturale. Alessandro Regoli di Winenews, Andrea Farinetti, Pietro Russo (Master of Wine), lo chef Accursio Capraro: tutti hanno contribuito a trasformare la discussione in un laboratorio di idee, tra esperienze di alta gamma e riflessioni sul vino “ready to drink”.
Nasce il Manifesto di Noto
Da questo crocevia di voci, è scaturito il Manifesto di Noto: un documento programmatico che prova a definire il vino contemporaneo non con definizioni di marketing, ma con visione e consapevolezza. Un atto culturale che afferma il vino come bene comune, espressione identitaria, attivatore di relazioni. Non più solo un prodotto da vendere, ma un’“opera” da comprendere, vivere, restituire.
Il Manifesto sottolinea la centralità della sostenibilità, la valorizzazione dei territori, la funzione educativa e sociale dell’impresa agricola. E rilancia il vino come linguaggio vivo, mai uguale a se stesso, capace di parlare al futuro senza perdere le radici. “Il vino è contemporaneo perché riflette il tempo in cui vive – ha detto Alessio Planeta – ma lo fa mantenendo un dialogo con il passato e proiettandosi nel futuro”.
Un testimone che passa
Il progetto non si chiude a Noto. Al contrario, si apre: il Manifesto è pensato come uno spazio aperto, dinamico, dove le aziende possano confrontarsi sul senso profondo del fare vino oggi. “Il prossimo anno – ha annunciato Planeta – passeremo il testimone ad altri produttori. Vogliamo che questa riflessione diventi permanente”.
Noto, con le sue curve barocche e la sua luce minerale, ha dato voce al vino come arte viva, specchio di un’epoca che cambia. Il vino, qui, ha dimostrato di non essere solo fermentazione e commercio. Ma narrazione. E come ogni grande racconto, ha bisogno di tempo, ascolto, e di un pubblico che voglia ancora emozionarsi.
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