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Sebby Parafioriti, lo chef siciliano che emoziona l’Europa

C’è un momento, nella vita di ogni cuoco, in cui la cucina smette di essere un mestiere e diventa una lingua.Per Sebastiano Parafioriti detto Sebby questo momento ha un profumo preciso: la salsa che…

Sebby Parafioriti

C’è un momento, nella vita di ogni cuoco, in cui la cucina smette di essere un mestiere e diventa una lingua.
Per Sebastiano Parafioriti detto Sebby questo momento ha un profumo preciso: la salsa che borbotta nella pentola, densa, rossa, viva. È l’odore dei suoi anni a Galati Mamertino, nel cuore dei Nebrodi, dove molte cose sono ancora affidate alla memoria più che alla tecnica: la tradizione dell’Antica Filanda, i fratelli Drago che hanno portato la cucina galatese negli Stati Uniti, e quel modo tutto locale di trasformare ingredienti semplici in gesti universali.

Oggi Sebastiano è tra i primi cinque chef selezionati alla Settimana della cucina italiana nel mondo, in Belgio, su quaranta professionisti di altissimo livello internazionale. Un risultato che lo proietta alle finali nazionali di Rimini nel 2026 e poi a quelle europee in Lussemburgo. Ma ciò che colpisce — più delle medaglie, più delle classifiche — è il modo in cui lui ci è arrivato.

Lebbeke, crocevia di sapori e cultura

Da qualche anno, Sebastiano ha fatto sua una piccola città fiamminga: Lebbeke, un comune della provincia belga di East Flanders, situato nella regione del Denderstreek tra Bruxelles e Anversa. È qui, precisamente in Lindelaan 66, 9280 Lebbeke, che si trova il suo ristorante — Il Tuo Ristorante — un luogo divenuto meta di chi cerca il sapore autentico dell’Italia a nord delle Alpi.

Nel suo ristorante, fondato nel 2008 e da allora apprezzato da residenti e viaggiatori, Sebastiano celebra la sua Sicilia adottiva: una cucina che parla di memoria, innovazione e appartenenza.

La premiazione

La cucina italiana verso l’Unesco, parlando galatese

La selezione belga non è stata una gara come le altre. Era un tassello del percorso che sostiene la candidatura della cucina italiana a patrimonio Unesco, un mosaico che chiede cuochi capaci di interpretare, non solo di eseguire.

In mezzo a chef da ogni continente, Sebastiano si è imposto non per virtuosismi, ma con la sincerità delle sue radici: una cucina italiana che non imita la casa, ma la approfondisce. Non crede che “cucinare come a casa” sia l’obiettivo migliore; secondo lui, la cucina deve esprimere una visione, un intreccio di tradizione e creatività.

L’esilio necessario

Per arrivare a questa voce matura, Sebastiano ha dovuto prima allontanarsi.
La Germania fu il suo apprendistato: rigore tecnico, disciplina, il gusto come grammatica europea. Quando tornò per un periodo in Sicilia, capì che il territorio non era ancora pronto al suo desiderio di osare. “Vent’anni fa si cercava la tradizione a tutti i costi”, ricorda oggi. “Io volevo rispettare la tradizione, ma anche reinventarla”.

Così ripartì, verso il Belgio, dove costruì la propria identità culinaria. Non come semplice esecutore, ma come narratore: spiegava ai suoi clienti il motivo dietro ogni ingrediente, ogni abbinamento. La sala divenne un’aula di cultura alimentare: educare al sapore, al contesto, alla storia italiana.

Quando la memoria diventa mestiere

In tempi in cui spesso si parla di crisi della ristorazione, Sebastiano ha una visione alternativa: la cucina non è in crisi quando insegna, emoziona e rispetta chi la gusta.

E il racconto, per lui, comincia sempre da Galati.

“L’odore della salsa fatta in casa, mia madre al tavolo, il pane caldo che rompeva il silenzio del mattino… sono immagini vivissime. Ogni giorno cerco di rievocare quelle sensazioni nei miei piatti”, racconta.

Anche nei dessert più audaci, come la sua reinterpretazione moderna del cannolo siciliano, si percepisce questo filo che lo lega agli odori della sua infanzia e alla sua terra.
(Spunti culinari estratti dal menu del ristorante.)

Il ragazzo della salsa rossa

Alcuni chef crescono seguendo mode, tecniche, scuole.
Sebastiano no.

Lui è cresciuto inseguendo un odore: quello della salsa rossa, che da Galati lo ha portato in Germania, poi nel cuore di Lebbeke, dove oggi guida Il Tuo Ristorante, un laboratorio di gusto e memoria.

Non è la carriera di un cuoco che ha abbandonato la sua terra.
È la storia di un uomo che l’ha portata con sé ovunque, trasformandola in una lingua in grado di parlare con il mondo.

E se la cucina italiana punta a diventare patrimonio dell’umanità, è anche grazie a chi — come lui — ha avuto il coraggio di partire per poter tornare, ogni giorno, in un piatto.

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