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Belìce, la filiera che trattiene valore: la sfida che parte da Castelvetrano

Da 12 soci, 6 mila euro e 12 bottiglie di olio a una cooperativa che oggi mette insieme 45 produttori, circa 330 ettari di oliveto e uno stabilimento di lavorazione. Nel cuore della Valle…

Castelvetrano, Partanna, Campobello di Mazara, Santa Ninfa: è dentro questo perimetro agricolo che prende forma una delle storie più interessanti della nuova food economy siciliana. Al centro c’è Valentina Blunda, avvocato di formazione, oggi presidente di Sicily Food Belice Valley, cooperativa nata per dare una risposta industriale a un problema antico del Sud agricolo: la ricchezza si produce nei campi, ma troppo spesso si forma altrove, nei passaggi successivi della filiera.

La svolta arriva nel 2013, quando Blunda decide di non lasciare in affitto l’azienda di famiglia e di prenderne direttamente in mano la gestione. Da lì comincia una crescita concreta, misurabile. La produzione passa da 300-350 quintali, con punte di 400, a circa 1.200 quintali. Non è solo un cambio di scala: è il segnale che una piccola impresa agricola può diventare qualcosa di più strutturato quando sceglie di presidiare organizzazione, mercato e visione.

Ma il vero punto di rottura arriva nel 2022. Il 30 settembre, alla vigilia della raccolta, una grandinata colpisce duramente la Valle del Belice e compromette gran parte della produzione destinata all’oliva da tavola. È in quel momento che emerge con chiarezza il nodo strutturale: anche con un’offerta drasticamente ridotta, il prezzo non reagisce come dovrebbe. Per chi produce, significa una cosa molto semplice: non basta coltivare bene, se il potere di determinare valore resta in altre mani.

Da quella consapevolezza nasce la cooperativa. In appena quindici giorni prende forma Sicily Food Belice Valley: 12 soci fondatori, 6 mila euro su un conto corrente e 12 bottiglie di olio come dote iniziale. Oggi i soci sono 45, con altri ingressi in arrivo, e la superficie aggregata è di circa 330 ettari, destinata a salire a 350. Ma il dato più importante non è numerico. È strategico: la cooperativa nasce per spostare il baricentro dalla sola produzione agricola al controllo dei segmenti in cui si costruisce il margine vero.

Il passaggio decisivo è infatti lo stabilimento. Dopo una fiera del 2023, matura la scelta di non limitarsi più a produrre olive da tavola, ma di lavorarle direttamente. È qui che il progetto cambia pelle: non più solo campagna, ma anche trasformazione. Lo stabilimento prende forma grazie a una rete di fiducia territoriale, con formule di pagamento flessibili che consentono alla cooperativa di partire pur senza capitali forti né accesso facile al credito bancario.

I primi risultati arrivano subito. La campagna 2024, la prima con lo stabilimento operativo, si chiude con un fatturato di 2,2 milioni di euro, di cui 1,471 milioni legati alle olive da tavola. Il 28 ottobre 2024 arriva anche il riconoscimento come OP dell’oliva da tavola, organizzazione di produttori. È un passaggio che consente alla cooperativa di rafforzare la struttura, affittare un secondo capannone, acquistare un nuovo impianto di calibrazione e fare un altro salto di scala. Nel secondo anno il fatturato sale a 3 milioni di euro, di cui 2,3 milioni sulle olive da tavola.

Il cuore del progetto, però, resta la filiera. Nella catena tradizionale il produttore spesso si ferma alla vendita della materia prima, mentre calibratura, lavorazione, stoccaggio e rivendita vengono gestiti da altri. Sicily Food Belice Valley prova invece a trattenere sul territorio una parte di quel valore aggiunto. Il prossimo obiettivo è il confezionato, che rappresenta il livello più alto della valorizzazione commerciale e industriale del prodotto.

C’è poi un altro elemento che rende questa esperienza interessante: la trasparenza. In un’area segnata storicamente da intermediazioni opache, la cooperativa ha introdotto un sistema basato sulla calibrazione effettiva e condivisa del prodotto, con il produttore presente e informato sui quantitativi e sulla valorizzazione dei diversi calibri. È una procedura tecnica, ma ha anche un significato economico e culturale: riduce la dipendenza dai passaggi oscuri e restituisce forza contrattuale a chi lavora la terra.

Anche sul mercato i segnali sono concreti. Con l’olio la cooperativa è già entrata nella grande distribuzione, in una catena italiana e in una tedesca. Con le olive, per ora, lavora soprattutto con la grande industria alimentare e commercializza il prodotto in fusti da 140 chili, mentre procede il percorso verso il confezionamento. Intanto perfino i social, apparentemente lontani dal mondo degli ulivi del Belice, diventano leva commerciale: un’attività su TikTok ha già generato clienti reali e ordini significativi.

Più che una semplice storia aziendale, quella di Valentina Blunda racconta una possibilità. In una Sicilia dove troppo spesso il territorio resta fornitore di materia prima e poco più, questa cooperativa prova a costruire un modello diverso: più impresa, più trasformazione, più reddito distribuito lungo la filiera locale. In altre parole, non solo olive e olio, ma un’idea concreta di sviluppo che parte dal gusto e arriva all’economia.

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