È domenica mattina al Vignale, un antico casale dell’Ottocento a mille metri di quota, nel Parco dei Nebrodi. Il Festival del Giornalismo Enogastronomico è quasi alla fine della sua undicesima edizione. Invece di salutarsi e ripartire, i partecipanti rimasti si fermano sul prato. Le sedie sono disposte a semicerchio. Due bambini corrono sull’erba, qualcuno si avvicina ai corbezzoli, le telecamere continuano a riprendere, ma non c’è un palco né un tavolo per i relatori. Il sole di ottobre è abbastanza caldo da costringere più di una persona a cercare l’ombra. Arrivano altre sedie, il gruppo si allarga e, quasi senza accorgersene, il semicerchio si chiude in cerchio.
Dopo tre giorni nei Nebrodi ci sono ancora cose di cui parlare. Anche quelle riuscite meno bene: gli intoppi con cui la macchina organizzativa si è dovuta confrontare, una logistica resa più complessa da un territorio in cui gli spostamenti non sono sempre semplici.
Sui Nebrodi anche il navigatore, a un certo punto, smette di essere una certezza. Il segnale va e viene, le indicazioni si interrompono tra strade secondarie, qualche tratto non asfaltato e verde tutt’intorno. Per ritrovare la direzione bisogna fermarsi e chiedere, alla vecchia maniera.
In cerchio si parla senza troppi filtri. Nino Amadore ascolta, fa il punto. Ricorda che quando, insieme a Pino Drago, pensò il Festival, l’orizzonte era di dieci anni. Quel traguardo è passato. Adesso, dice, è cominciato «l’anno uno di un nuovo ciclo».
Per capire come si è arrivati a quel cerchio bisogna tornare indietro.
L’edizione 2026 si era data una formula precisa: «meno palco, più territorio». Una redazione diffusa, giornalisti chiamati a lavorare nei luoghi della produzione, il cibo utilizzato come chiave per leggere imprese, paesaggi e comunità. «Sul campo», recitava il programma, significava entrare nelle filiere, incontrare chi produce e costruire il racconto mentre il Festival accadeva.
Sabato mattina la strada porta a Raffa, a circa 1.200 metri di quota, dove Giacomo Emanuele racconta l’allevamento del Suino Nero dei Nebrodi.
C’è un grande fuoco, ormai in parte consumato, che continua a fumare nello spiazzo. Intorno, bosco, cani, un cavallo. Emanuele indica castagni e querce. Spiega che le diverse specie lasciano cadere i frutti in tempi differenti e permettono agli animali allevati allo stato semibrado di trovare alimento nel bosco per periodi più lunghi. Poi arrivano le difficoltà: gli animali selvatici, le recinzioni da mantenere efficienti, i costi, la necessità di integrare l’alimentazione quando serve.
Parla del benessere dell’animale senza separarlo dalla qualità di ciò che arriverà nel piatto. E parla di economia. Del paradosso di un territorio capace di produrre miele, latte di capra e Suino Nero e nel quale quei prodotti non sempre arrivano con la stessa facilità sulle tavole dei ragazzi che ci vivono.
Assia La Rosa registra. Il microfono segue Emanuele fra gli alberi. I podcast e i contenuti digitali di I-Press sono una delle forme attraverso cui quest’anno il Festival prova a raccontarsi mentre accade: la redazione diffusa prevista dal programma diventa immagini, voci, brevi storie raccolte sul posto.
Poco dopo il Suino Nero cambia forma.
Nei locali di lavorazione, sotto l’Incubatore dei Nebrodi, Luisa Agostino cammina davanti a file di cosce appese. Non parte dal sapore. Parte da ciò che si vede.
Mostra il grasso. L’unghietto nero, che può anche mancare dopo la lavorazione. Soprattutto mostra la caviglia. Nell’animale autoctono, spiega, è piccola; una caviglia più grossa può indicare un incrocio con una razza più pesante, utilizzata per aumentare la massa muscolare. Dietro quel particolare c’è un problema molto meno folcloristico di quanto sembri: distinguere una filiera vera da un’etichetta utilizzata con troppa facilità.
La famiglia Agostino alleva il Suino Nero allo stato brado nei Nebrodi e lavora prosciutti che pesano generalmente fra i sei e i nove chili, con stagionature che possono raggiungere i trenta-quaranta mesi.
Prima il bosco, poi l’animale, poi le cosce appese, infine il prosciutto all’assaggio. Il prodotto viene ricomposto al contrario: non dal piatto verso la sua storia, ma dalla storia verso il piatto.
Poi c’è il pane.
Una donna solleva il telo e scopre le forme allineate. Un letto di pane. Sparge la farina, incide una croce sulla pasta. Per fare la cuddura prende un piccolo barattolo, lo infila al centro della forma ancora cruda, lo gira e porta via un disco di impasto.
Peter Srinivasan, giornalista di Italy Now, osserva. Non fa domande: sta imparando un gesto. Poi prende il barattolo e prova anche lui. La signora Enza lo corregge e lo guida mentre sistema il pane nel forno a legna.
È forse qui che l’espressione «sul campo» diventa meno astratta.
Il pomeriggio riporta il Festival nelle sale e sulle sedie. A Longi si discute di giornalismo e creator, con Concetto Mannisi, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, Andrea Peria Giaconia del Corecom, giornalisti, editori e creatori di contenuti. Più tardi arrivano l’intervista all’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino e il confronto sui linguaggi dell’enogastronomia con il semiologo Gianfranco Marrone e Davide Puca.
Sono passaggi diversi dello stesso ragionamento: chi produce valore e chi lo racconta. Con quali strumenti. Con quali regole.
Quest’anno, però, nel gruppo che da anni torna al Festival sono entrati alcuni sguardi che non ne conoscevano abitudini, relazioni e scorciatoie. Alcuni sono corrispondenti esteri, altri giornalisti italiani arrivati per la prima volta. Il dato comune non è il passaporto. È la distanza.
E la distanza mette a fuoco ciò che la consuetudine tende a rendere invisibile.
Chi arriva immaginando la macchina organizzativa di una grande manifestazione incontra una formula diversa. Gli spostamenti non sempre sono lineari. Qualcuno rimane ad aspettare un passaggio. Le sedi possono cambiare. La cena del sabato, prevista al Vignale, viene trasferita all’ultimo momento all’Incubatore di Galati perché il freddo rende impraticabile il programma originario.
All’Incubatore i tavoli si riempiono. Si mangia e si beve. Parte il karaoke. Poi la musica cambia. Yashih Novia Huang, corrispondente taiwanese della Central News Agency, ride e si diverte. Produttori, giornalisti e ospiti si mescolano.
Peter Srinivasan, qualche giorno dopo, affida a un messaggio il ricordo che porta via: «Mi sono innamorato della gente dei Nebrodi, che mi ha accolto con una generosità rara, e della sua cultura enogastronomica, autentica e legata alla terra».
Non tutti hanno vissuto quei tre giorni allo stesso modo.
Chi arrivava da fuori ha messo in evidenza anche le fragilità: la logistica, i cambi di programma, una regia non sempre immediatamente leggibile, la distanza fra ciò che il nome può far immaginare e una manifestazione molto più informale, costruita attorno a rapporti personali e a un territorio preciso.
È uno sguardo che non cancella l’altro. Semmai costringe il Festival a guardarsi da una prospettiva che, in undici anni, aveva avuto poche occasioni di frequentare.
Anche perché questa manifestazione ha una memoria lunga e fortemente personale. Nino Amadore e Pino Drago, figli di questo territorio e amici d’infanzia, sono gli ideatori e i promotori della manifestazione. Pino è uno dei Drago di Galati Mamertino, famiglia che ha costruito una parte importante della propria storia nella ristorazione negli Stati Uniti. Lui, invece, ha continuato a lavorare nel paese con DeGusto e oggi, con il fratello Calogero, porta avanti anche Tenute Drago, progetto vitivinicolo che unisce le radici nebroidee ai vigneti di contrada San Marco, a Piedimonte Etneo.
Partire e restare, qui, non sono necessariamente due direzioni contrarie.
Nemmeno i ruoli sembrano esserlo.
Giacomo Emanuele è apicoltore, allevatore, custode di biodiversità. Calogero Franchina, detto Gherson, accompagna gli escursionisti nei boschi ed è anche coltivatore. Pino Drago cucina, produce, organizza. Antonio Campisi è enologo, partecipa all’organizzazione del Festival, segue le degustazioni. Fabiana Parafioriti, invece, per tre giorni ha tenuto insieme accoglienza, persone, orari e imprevisti.
La domenica, dopo il cerchio del Vignale, il gruppo si sposta alla Petrusa per l’ultimo pranzo.
Quando il pranzo è quasi finito e qualcuno aspetta il caffè davanti al bancone, Fabiana passa dall’altra parte. Si mette alla macchina e comincia a preparare i caffè.
Antonio, suo marito, intanto raccoglie i piatti e aiuta a sparecchiare. Il gesto è così naturale che qualcuno le chiede se il ristorante appartenga alla sua famiglia.
No.
Due ragazzi di Galati, lì accanto, ascoltano divertiti. Fabiana spiega, sorridendo, che non c’è molto da spiegare: quando c’è bisogno, ci si dà tutti una mano.
Fuori le macchine sono già pronte per riportare ciascuno alla propria vita.
Dentro, Fabiana continua a fare caffè. Antonio porta via gli ultimi piatti.
Non era in programma.

