La Sicilia cresce, ma resta indietro. È questa la fotografia che emerge dal XXIII Rapporto Ismea–Qualivita sulla Dop economy italiana, un sistema che nel 2024 ha superato 20,7 miliardi di euro di valore alla produzione, con un incremento del +25% rispetto al 2020 e un export record di 12,3 miliardi di euro. L’Italia, leader mondiale per numero di prodotti a Indicazione geografica, consolida la sua forza agroalimentare, ma la distribuzione del valore non è uniforme. E in questo squilibrio geografico, la Sicilia appare come un giocatore talentuoso che segna poco: un territorio ricco di eccellenze riconosciute, ma che lascia gran parte della ricchezza generata dalle sue produzioni fuori dal proprio perimetro.
Il dato siciliano: crescita senza massa critica
Con 581 milioni di euro di valore economico DOP IGP nel 2024, la Sicilia chiude la top ten delle regioni italiane, con una crescita del +4% rispetto al 2023. Ma la fotografia intera svela la fragilità: il sistema siciliano è sbilanciato sul vino, che vale 442 milioni, mentre il comparto alimentare DOP IGP si ferma a 139 milioni.
Al contrario, regioni simili per dimensione agricola producono molta più ricchezza con il food: la Campania raggiunge 846 milioni solo nel cibo IG (+3,6%) e la Lombardia 2,4 miliardi (+20,2% rispetto al 2023). Questo significa una cosa: le produzioni siciliane più iconiche non riescono ancora a trasformarsi in un vero comparto industriale.
Materia prima sì, filiera no
La Sicilia vince per identità, biodiversità e unicità territoriale. La sua forza – come sottolinea il presidente ISMEA Livio Proietti – è quella di possedere un patrimonio «unico, irriproducibile e non delocalizzabile», capace di «mantenere vitali le aree interne» e di generare «sviluppo e competitività» 20251126_CS03_DICHIARAZIONI. Ma per produrre reddito, questo patrimonio deve essere trasformato, commercializzato e gestito da filiere strutturate, e qui si inceppa il modello siciliano.
Le produzioni certificate dell’isola – che spaziano dagli agrumi alle mandorle, passando per prodotti iconici come il pistacchio o il ficodindia – spesso si fermano alla fase agricola, senza sviluppare una filiera industriale forte, né un posizionamento unitario dentro la grande distribuzione. È la differenza tra vendere prodotto e vendere valore. La prima porta identità, la seconda porta ricchezza.
Consorzi piccoli e marchi frammentati: il nodo dell’organizzazione
Secondo il Rapporto, il sistema IG italiano si regge su 328 Consorzi di tutela e sul lavoro di 184.000 operatori, generando 864.441 occupati (+1,6% sul 2023). Ma per crescere insieme, le imprese devono fare massa critica. Il presidente della Fondazione Qualivita, Cesare Mazzetti, lo dice chiaramente: le Indicazioni Geografiche sono «una politica di successo» solo se accompagnate da una strategia nazionale unitaria, perché oggi in Italia esistono «molti riconoscimenti, anche regionali, spesso sovrapposti tra loro».
È esattamente il problema siciliano: consorzi piccoli, troppi marchi locali, una comunicazione frammentata. Il risultato? ogni prodotto parla da solo, mentre i concorrenti – dal Prosecco veneto alla Bufala campana – parlano con una sola voce. E vendono molto più valore.
Export e GDO: opportunità reali, Sicilia ai margini
L’export DOP IGP continua a tirare la volata italiana: +8,2% nel 2024, con un boom del food (+12,7%) e un vino stabile ma dominante (+5,2%). Gli Stati Uniti sono il primo mercato (22% dell’export), ma con il rischio di dazi che nel 2025 hanno già colpito il 48% delle filiere italiane, spingendo il 61% dei Consorzi a diversificare i mercati.
Per una regione come la Sicilia, fortemente vinicola, la dipendenza dall’export non è solo un’opportunità: è un rischio strategico se non viene accompagnato da filiere organizzate e da una presenza più stabile nella GDO.
Ed è proprio sul mercato interno che il Sud dà segnali interessanti. Nel 2024 la spesa per DOP IGP in grande distribuzione raggiunge 6,2 miliardi di euro (+1,1%), e il Sud è l’area con l’aumento più marcato: +4,7% 20251126_CS01_DATI-GENERALI. Questo significa che c’è una domanda crescente per i prodotti certificati, ma la Sicilia non ha ancora costruito un sistema per rispondere con forza.
Perché le eccellenze non diventano ricchezza
La Dop economy siciliana non è “piccola”: è sottoutilizzata. Cresce, ma cresce meno di quanto potrebbe, perché manca ciò che più delle certificazioni crea valore: industria, aggregazione commerciale, identità di filiera e strategia territoriale unitaria.
Le parole del ministro Francesco Lollobrigida suggeriscono la strada: le IG non sono solo «fatte in Italia», ma devono essere «buone, sane, da riconoscere attraverso un sistema che ne certifica l’autenticità», un modello «da sostenere con forza» perché «garantisce reddito» e «rappresenta un traino sempre più forte per turismo ed economia»
In Sicilia, questo traino è ancora un potenziale, non un motore. Finché i campioni nascosti dell’isola rimarranno eccellenze agricole senza filiera commerciale, la regione continuerà a produrre qualità senza trattenere ricchezza. Un paradosso: il territorio che genera identità italiana, ma non ne incassa il valore.
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